IL SACRO SILENZIO DI MYKIS

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Per 46 anni l’ordine religioso dei Missionari Comboniani ha nascosto il figlio illegittimo di uno dei suoi preti. Mykis, metà italiano e metà burundese, è considerato una minaccia per la Chiesa ed è oggi costretto a vivere in un campo-profughi in Kenya. Suo padre, l’ormai defunto padre Giovanni Capaccioni, è riuscito a farlo tacere grazie all’aiuto di altri suoi confratelli. Alcuni morti, altri ancora vivi.

Di Matteo Fraschini Koffi, 3 Settembre 2023

LOMÉ, TOGO – La dolce voce puerile di Mykis tradisce i suoi 46 anni. La natura l’ha dotato di una gentilezza disarmante che ti spinge a volergli bene fin da subito. La sua anima è impossibile da penetrare perché non ha filtri. Dietro di essa si cela però il lato oscuro di un fenomeno endemico in Africa: l’esistenza dei figli di preti cattolici. Mykis è il frutto più proibito della Chiesa. Il segreto dei segreti. Parlare con il figlio di un missionario italiano è un’esperienza strana, ai limiti della logica. È come entrare in contatto con una specie umana originaria di un’altra dimensione. Speciale. Eppure, da decenni, Mykis è considerato un rigetto da chi avrebbe dovuto amarlo di più. Attualmente vive in una capanna fatta di legno e lamiera situata all’interno del campo per rifugiati di Kakuma, nel nord-ovest del Kenya. Secondo l’ordine religioso dei Comboniani non si meriterebbe altro.

La sua “colpa” è quella di essere nato dall’abuso sessuale di padre Giovanni Capaccioni, deceduto l’anno scorso, contro una studentessa burundese di 16 anni che frequentava la parrocchia del missionario. Il suo colore di pelle, un chiarissimo marrone, è troppo rischioso da sfoggiare in un Paese marcato da costanti violenze interetniche. Per questo Mykis ha da sempre affrontato discriminazioni e abusi che continuano fino a oggi. Sulle spalle porta nomignoli come: meticcio, metisse, halfcast, cinese, giapponese, europeo, bianco, muzungu (uomo bianco). C’era chi lo chiamava “il figlio di Jackie Chan”. La madre di Mykis fu persino accusata di aver avuto un figlio con uno degli operai cinesi che costruivano strade tra le verdi colline del Burundi. La gente non si fida di lui quando lo vede.

“A scuola non potevo neanche parlare il Kirundi, la lingua nazionale”, racconta con disperata ironia il rifugiato italo-burundese, “Per loro un africano bianco non poteva conoscerla così bene! Le autorità locali mi rilasciavano i documenti d’identità solo a condizione che non li usassi sul territorio burundese. Qui a Kakuma si chiedono come faccia un bianco ad essere un rifugiato in Africa. Mi trattano da spia, mi dicono che non appartengo a questo posto, che devo andarmene”. I rifugiati solitamente fuggono da un Paese perché sentono che la loro vita è minacciata. Non si aspettano di affrontare le stesse minacce all’interno del campo in cui cercano protezione. Isolarsi è stata quindi per anni l’unica strategia di Mykis. Ma solo una volta superato il desiderio di suicidarsi. Farsi conoscere pubblicamente oggi sembra l’ultima risorsa. Un modo per ricostruire un’identità spezzata alla nascita dalla debolezza di una presunta guida spirituale di passaggio in Africa.

IL MISSIONARIO

Padre Giovanni Capaccioni, più comunemente noto come padre Gianni, approdò in Burundi, verso la metà degli anni Settanta. Il Paese cercava di sopravvivere. Gli orrori del primo genocidio burundese scoppiato nel 1972 hanno provocato tra le 80mila e 210mila vittime, in gran parte di etnia Hutu. Centinaia di migliaia di burundesi sono invece scappati negli Stati limitrofi di Tanzania, Uganda e Zaire (attuale Repubblica democratica del Congo). Nel 1976 il missionario comboniano aveva preso i voti da oltre dieci anni. Gli sono però bastate alcune settimane in Africa per cedere alla tentazione dell’impunità locale commettendo l’irreparabile.

“È stata mia nonna, la madre di mia madre, a parlarmi per prima di padre Gianni Capaccioni”, mi spiega Mykis con un tono privo di rabbia o risentimento. “Mi raccontava di come mio padre era una buona persona che giocava a calcio con i bambini e offriva a tutti caramelle e cioccolatini. Mia mamma, invece, non ha mai voluto raccontarmi niente. Non potevo neanche nominare padre Capaccioni che scoppiava subito a piangere. Altri preti sapevano la vera identità di mio padre ma me l’hanno sempre nascosta. Per anni ho infatti pensato che fosse già morto”.

Il missionario aveva 36 anni all’epoca. Originario di Città di Castello in provincia di Perugia, diceva di avere la vena per il giornalismo e la fotografia. Nonostante alcuni periodi passati in Burundi e Benin, il resto della sua vita l’ha trascorso nella comunità comboniana di Cavallino, un piccolo comune alle porte di Lecce. Nel 2005 era diventato un superiore. L’arcivescovo di Lecce, monsignore Michele Seccia, lo aveva poi nominato capo della commissione diocesana "Migrantes", un ruolo che secondo molti portava avanti con grande zelo.

Non potevano mancare varie iniziative dedicate alla cultura africana e all’accoglienza dei migranti. “Aveva portato l’Africa in Salento”, erano soliti dire i suoi parrocchiani. Tali affermazioni contrastavano con il soggiorno del missionario in Burundi da cui, apparentemente, era stato costretto a fuggire perché le autorità locali lo avevano accusato di traffico d’armi. “La falsa accusa era grave”, aveva scritto padre Capaccioni al figlio in uno dei numerosi e-mail scambiati durante gli anni. “Vendita di armi ai ribelli. Io che non ho mai avuto una pistola!”.

ADDIO BURUNDI

Tornato in Italia, il religioso ha continuato la sua vita come se niente fosse successo in quella lontana terra africana. Difficile sapere se fosse a conoscenza di aver messo incinta una burundese. La campanella del dubbio è comunque suonata una sera di circa quindici anni fa. “Dopo aver raccontato la mia storia ad alcuni occidentali residenti in Burundi e disposti ad aiutarmi a trovarlo”, racconta Mykis in uno dei suoi messaggi vocali che ho voluto registrasse su whatsapp, “ho potuto telefonare a mio padre per la prima volta nel 2009. All’inizio è stato complicato parlargli, non voleva saperne di me. Una suora mi aveva dato il numero della parrocchia di Lecce dove credo molti conoscano la mia storia”.

Dopo vari tentativi, Mykis è finalmente riuscito ad avviare un dialogo con suo padre. “Negli anni seguenti abbiamo mantenuto una regolare corrispondenza via email”, continua il rifugiato. “Ha stabilito un compenso di 150 euro che mi spediva quando ne avevo più bisogno. Poco dopo mi ha però teso un’imboscata”. Il comboniano ha chiuso ogni comunicazione quando Mykis ha menzionato il suo riconoscimento. Dopo alcune settimane di silenzio, però, padre Capaccioni è tornato con un’idea: la scelta tra il riconoscimento per ottenere la cittadinanza italiana e il finanziamento di un progetto agricolo chiamato “Agri-food”. Il sogno di Mykis era promuovere in Burundi la coltivazione biologica di cipolle e cereali. “Purtroppo avevo disperatamente bisogno di denaro e sognavo di lanciare una mia impresa dopo anni di difficili studi”, ammette con profondo rimpianto. “Ho quindi scelto il progetto agricolo che, avrei dovuto immaginarlo, non è mai decollato”.

Una volta ricevuti i dettagli del progetto su un documento PDF e impressionato dalla professionalità di suo figlio, padre Capaccioni ha risposto che ci sarebbero volute “alcune settimane unicamente per meglio approfondire e tradurlo in lingua italiana (almeno i punti essenziali)”. Era l’ottobre del 2013. Intanto il caso di Mykis veniva gestito da una sorta di eminenza grigia, monsignore Serapio Bambonanire. Un controverso religioso burundese legato al regime del defunto presidente, Pierre Nkurunziza. “Serapio sapeva di mio padre da sempre”, continua Mykis. “Diceva che amava corteggiare le ragazzine”. Incaricato da alcuni esponenti della congregazione comboniana, Serapio gli ha trovato un lavoro nell’azienda di suo nipote. L’obiettivo era non perderlo di vista. “Ma con il tempo ha cominciato a minacciarmi e a insultarmi”, spiega Mykis. “Il salario non arrivava più e suo nipote mi ha confessato che Serapio era solito controllare il mio telefono ogni volta che lo lasciavo sul tavolo in ufficio”.

IL GESUITA

La ragione di tanta infiltrazione nella vita privata di Mykis era legata al coinvolgimento di un giovane missionario europeo appartenente all’ordine dei Gesuiti. Entrambi avevano stretto una buona relazione a Kakuma nel 2011. Padre X (il missionario non mi ha ancora dato il permesso di rivelare il suo nome) aveva incontrato a Roma padre Capaccioni e l’aveva convinto ad accettare una corrispondenza scritta con suo figlio. In seguito, il Gesuita ha dato persino la sua disponibilità per trovare degli avvocati e parlare con i suoi superiori in Vaticano. Voleva convincere padre Capaccioni a riconoscere suo figlio prima di un eventuale, inaspettato decesso.

Probabilmente a conoscenza degli scambi via e-mail tra Mykis e padre X, Serapio ha accusato entrambi di voler provocare uno scontro morale fra Comboniani e Gesuiti. Papa Giovanni Paolo II era apparentemente a conoscenza del figlio di un Comboniano in Burundi. Avrebbe quindi bloccato la candidatura di padre Capaccioni come superiore generale dei Comboniani nel mondo, un ruolo coperto attualmente dall’etiopie, padre Tesfaye Tadesse Gebresilasie. Nel 2012 padre X è stato inviato in Asia e infine e' tornato nel suo Paese d’origine in Europa dove per alcuni anni ha mantenuto una corrispondenza con il suo coetaneo in Africa.

“Caro Padre X”, gli scriveva Mykis, “Ho appreso con sdegno che monsignore Serapio si è investito anima e corpo affinché fossi licenziato dall'azienda dove lavoravo. Tutti i miei tentativi di contattarlo per una breve conversazione sono falliti. Anche quando lo chiamo con un numero sconosciuto, interrompe la chiamata non appena mi riconosce. E poi, invece di dirmi concretamente come poteva aiutarmi, si è accontentato di diffamare te e intimidire me. Ad esempio, mi ha detto che merito l’eliminazione fisica dato il pericolo che rappresento per la congregazione e la Chiesa cattolica in generale. Secondo lui padre Capaccioni vale talmente tanto per la Chiesa che sarebbe meglio che io sparissi”.

La tensione si stava alzando. “Caro Mykis, ciao”, gli ha scritto il missionario comboniano. “Prima di tutto vorrei dire una parola per rassicurarti della mia lealtà nei tuoi confronti. Non ho mai pensato di farti del male, mai in vita mia! Voglio solo che la nostra situazione si risolva senza ferirsi a vicenda e con reciproca soddisfazione.” A questa premessa ha aggiunto: “Ho parlato con monsignore Serapio perché conosce bene la tua famiglia, ha conosciuto anche me nei momenti difficili dell’espulsione [dal Burundi]. [...] Vedo, da quello che mi scrivi, che sei ancora legato a padre X. Non ho niente da dirti, ma con lui arriveremo all'esasperazione di questa situazione e ognuno di noi avrà dei rimpianti. Non immagina cosa succederà con le sue proposte perché non conosce le leggi dell'Italia, le difficoltà di tanti giovani che, a causa del lavoro, sono costretti a lasciare la propria terra e andare all'estero. La disoccupazione è aumentata notevolmente”. Per concludere, padre Capaccioni ha cercato di rimettere la sorte di suo figlio nelle mani del pericoloso prelato burundese: “Il mio consiglio”, ha concluso il missionario, “rivolgiti a monsignor Serapio con fiducia e umiltà, sono sicuro che risolveremo anche la questione economica. Lasciamo da parte, su questa questione, padre X.”

Gli anni passavano, e-mail dopo e-mail. Mykis faceva dei lavori modesti che difficilmente riusciva mantenere a causa della costante discriminazione. Si affidava soprattutto agli aiuti in denaro di suo padre e di altri benefattori a cui raccontava la sua storia. Senza più l’appoggio di padre X, unico suo amico in questa triste storia, le speranze riguardo al progetto “Agri-food” svanivano. Così come la possibilità di essere riconosciuto da suo padre. Inoltre, padre Capaccioni era ormai sempre più fragile fisicamente come spiegava al figlio nel dicembre del 2018: “Caro Mykis, spero che il tuo corpo ora sia sano”. Sono innumerevoli le volte che Mykis ha contratto la malaria nel campo-profughi di Kakuma. “Ho inviato 150 euro il 16 e 20 novembre. Hai ritirato quei soldi? [...] E ora la mia forza è diminuita, le articolazioni delle ginocchia e delle braccia non mi sostengono più così tanto”.

Erano innumerevoli anche le giustificazioni che il comboniano ha utilizzato negli anni per tenere nascosto suo figlio. “Non ho nemmeno più il passaporto”, precisava il religioso. “Quello che posso fare è continuare a darti aiuto come ho fatto finora. In Europa i poveri aumentano e la situazione è peggiorata. Niente lavoro, niente più medicine gratuite per una serie di malattie. La Comunità europea rende tutto più debole e difficile”. Mykis rimpiange il fatto di non aver insistito per ottenere il riconoscimento di suo padre. Un errore di strategia che padre X cercava di fargli notare senza però influenzarlo. Il 18 febbraio del 2022, alle 12:04, Mykis ha ricevuto l’ultimo e-mail di suo padre: "Mi e' impossibile comunicare. La salute e' a zero. Ciao".

IL FUNERALE

Meno di due mesi dopo, il 13 aprile del 2022, il missionario comboniano moriva senza aver mai riconosciuto suo figlio. Tra i vari comunicati che esprimevano le proprie condoglianze c’era quello pubblicato dalla diocesi di Lecce: “Ieri mattina, la Chiesa di Lecce guidata dall’arcivescovo Michele Seccia in concelebrazione con numerosi sacerdoti, i confratelli di Cavallino e Padre Fabio Baldan, superiore provinciale dei Missionari Comboniani d’Italia, insieme a tantissimi fedeli amici, si è stretta nella celebrazione eucaristica "dell'ultimo viaggio" di Padre Gianni: il sacerdote, il padre, il fratello o semplicemente l’amico sempre pronto a farsi prossimo e capace di accarezzare il cuore di tutti”.

Il 19 aprile alle 11 di mattina, un folto gruppo di religiosi, familiari e amici di padre Capaccioni si è raccolto con il capo chino per celebrare “l’ultimo saluto” nel parco della comunità. Il sole batteva forte sulle bianche tuniche dei sacerdoti. Una serie fitta di alberi circondava i fedeli riuniti in preghiera. L’altare e la bara in legno erano coperti da sgargianti tessuti africani. Tutti erano pronti alla messa. “Nel nome del padre e del figlio...”, ha iniziato monsignore Seccia. La sua omelia è stata un lungo ringraziamento nei confronti del defunto missionario per avergli fatto scoprire l’Africa. L’arcivescovo di Lecce aveva visitato nel gennaio del 2000 un altro Stato africano, il Benin. A partire dal 1996, padre Capaccioni ha trascorso tre anni in una missione aperta dalla diocesi di San Severo a Wansokou, una remota località nel nord del Paese.

Dopo aver saputo della morte di suo padre via e-mail da padre Jeremias Martins, vicario generale dei Comboniani, Mykis ha cercato notizie su internet. Ha trovato e tradotto un articolo di Pantaleo Gianfreda intitolato: “Costruiamo la Pace: il messaggio di pace e umanità che lascia l’immenso e dolcissimo Padre Gianni”. Scosso dalla morte di suo padre ma rivendicando il lecito e timido desiderio di farsi finalmente notare, il rifugiato italo-burundese ha lasciato una delle sue poche orme su internet in 46 anni di vita. “Che la terra gli sia lieve!”, ha scritto nella sezione in fondo dedicata ai commenti. “La sua morte è stata una triste notizia per me e per la mia famiglia in Burundi. È nelle mani dell'Onnipotente Signore di cui non dubito. Non dimenticherò mai i suoi suggerimenti.”

Persino alla fine, il figlio rifugiato del missionario comboniano non ha potuto fare a meno di lodare il padre per tutto ciò che di positivo si è rivelato nella loro vita. Anche se non c’era molto. Inoltre, Mykis non voleva ancora svelare la sua vera identità pubblicamente. I figli dei preti vengono educati fin da piccoli a restare nascosti. Non vogliono creare imbarazzo né scandalo. Ha quindi aspettato invano per mesi. Sperava che Gianfreda, l’autore dell’articolo, o qualcuno della comunità del Cavallino, lo contattasse.

GLI AVVOCATI

Dopo il funerale è quindi cominciata un’altra battaglia. Sempre con grande rispetto, Mykis ha tentato di richiedere l’aiuto dei Comboniani affinché si potesse avviare la procedura per il riconoscimento. “Gli ho scritto che avrei voluto partecipare al funerale di mio padre e che ero disposto a fare il test del DNA”, mi ha spiegato Mykis mostrandomi gli e-mail scambiati con i religiosi. Alcuni rispondevano dicendo di ignorare l’esistenza di un figlio avuto da Capaccioni in Burundi. Altri sembravano darla per scontata. Padre Martins ha trasferito il caso a padre Fabio Baldan. Padre Baldan lo ha quindi trasferito “a un nostro consulente legale per fornirci un parere in merito alla vicenda”. Il 30 maggio del 2022, in un linguaggio giuridico difficile da comprendere per qualsiasi italiano, è arrivata una lettera. In alto c’era l’indirizzo di uno studio legale mentre nella colonna a sinistra c’era la firma di un avvocato e altre 11 persone tra avvocati, dottori e commercialisti.

Nel documento PDF di una sola pagina che avrebbe dovuto mettere a tacere una volta per tutte Mykis, si attesta come secondo la legislazione italiana, “in difetto di un accertamento, nessun diritto può essere vantato dal presunto figlio naturale nei confronti del preteso genitore”. Alcuni dei Comboniani coinvolti in questa lunga vicenda sono Padre Jean-Paul Pezzi, detentore di un blog chiamato Giustizia, Pace e Integrità della Creazione (JPIC); padre Silvio Zanardi, un missionario tornato in Malawi a 82 anni che aveva offerto a Mykis la sua ospitalità; padre Elio Boscaini, missionario e giornalista della rivista dei Comboniani, Nigrizia; padre Giovanni Nobili, missionario deceduto nel 2016 in Uganda; infine, padre Alberto Pelucchi, che sapeva di Mykis almeno dal 2013. Tutti loro hanno incrociato fisicamente il figlio di padre Capaccioni o sapevano della sua storia. E hanno preferito abbandonarlo in un campo per profughi.

LA MADRE

Era arrivato il momento di contattare in Burundi la madre di Mykis: Marie Therese. La luce in fondo a questo lungo tunnel oscuro. Da quasi vent’anni cerco di conoscere le devastazioni del continente africano attraverso il mio lavoro, ma niente avrebbe potuto prepararmi alla testimonianza di questa donna. “Sì, chiama pure mia madre!”, mi ha detto Mykis, ansioso rispetto all’idea che magari un giornalista avrebbe potuto scoprire quello che, come figlio, non ha mai saputo di sua madre. “Non sta molto su whatsapp, lavora nei campi per guadagnare qualcosa, ma vedrai che ti racconterà quello che può. È ancora molto traumatizzata da questa storia, credo”.

Anche con Marie Therese ho deciso di dialogare attraverso i messaggi vocali. Messaggi più rigogliosi di sospiri, silenzi, e pianti sommessi, che di mere parole. La sua voce è densa di sofferenza, quasi monotona, fluida. Non si è mai alzata di volume e non ha mai accelerato di ritmo. Con grande difficoltà ha cominciato la sua audio-testimonianza. In sottofondo si poteva ascoltare il cinguettio proveniente dalla foresta attorno. Qualche secondo di silenzio, un singhiozzo piangente, e infine un colpo di tosse per schiarirsi la voce: “...Lei mi sta facendo...ricordare una storia...[urlo leggero, pianto]...che...mi ha lasciato...una cicatrice...[tenta di ricomporsi]. Anche ora, se mi ricordo di lui..la prego...mi lasci innanzitutto...ok, rifletto, dopo le dico [sospiro]...[si scaglia veloci colpi sul suo petto, come se dovesse ricaricare la sua batteria spirituale prima di parlare]. Mi scusi...”

Pensavo che Marie Therese non avesse la forza per continuare. Pensavo si fermasse. Invece, dopo alcuni profondi secondi di riflessione, ha continuato. “Non ho conosciuto padre Capaccioni come amico, no...Semplicemente: mio padre era il guardiano della parrocchia dove padre Capaccioni, insieme a padre Elio...padre Silvio...padre Gianni Nobili, erano tutti in questa parrocchia di Mabayi. La mia famiglia abitava molto vicino alla parrocchia. Io ero una studentessa...ero una studentessa...”. Si sforza di trattenere le lacrime mentre continua a sospirare. “...Mamma mia... Eravamo, ero...[continui sforzi per trattenere le lacrime, in sottofondo sento i versi degli animali della fattoria dove lavora. A un certo punto si alza e inizia a passeggiare]. Ero tra le...quindi....[si ricompone ancora un volta dopo 30 lunghi secondi di silenzio]. Ho conosciuto non pochi....problemi. Sono stata umiliata...la nostra non è stata una storia d’amore ma di...si dice 'copinage', o sbaglio? [altri lunghi secondi di silenzio e sforzi]. Mi ha semplicemente preso...la prego...non mi faccia ricordare”.

Ancora una volta pensavo che Marie Therese si fermasse qui. Invece, venti minuti dopo è arrivato un altro messaggio vocale. Poi un video-messaggio. Il campo fitto di alberi da cui stava comunicando ricorda il luogo in cui è stato celebrato il funerale di padre Capaccioni. Marie Therese è ora una signora che pare più anziana della sua età. Pelle scurissima, rughe marcate, capelli un po’ sfatti, occhiali da vista. Ogni tanto si copre gli occhi con una mano mentre cerca di raccontare. Ammette che ancora oggi ci sono persone che le fanno delle pressioni. Preferisce comunque non svelare i dettagli.

“Mi scusi”, riprende sempre con molta calma, “[Padre Capaccioni] mi ha lasciato con questa gravidanza. [Avevo 16 anni]. Non ci siamo più rivisti. Più rivisti. Lui non mi ha cercata. Almeno, non credo. Ho provato a vivere con Mykis...ho fatto del mio meglio. Ho poi avuto altri figli. Per Mykis non ho più niente...per me non ho più niente. [...]”. Marie Therese fatica a nominare il religioso comboniano. “Mi ha maltrattata. Mi ha torturata. Ora sono vedova...sono vedova. Rimpiango...rimpiango. Mykis l’ho mandato a scuola ma non riesce a trovare lavoro...non riesce a trovare lavoro. Non come è successo con gli altri miei figli. Vive alla giornata...come anch’io vivo alla giornata. Una storia [...] del silenzio. Ma, mi scusi – conclude sempre senza nominare il missionario – io l’ho perdonato. Io l’ho perdonato mio....mio malgrado...mio malgrado.”

In una decina di messaggi vocali, Marie Therese mi spiega di come il missionario si serviva di Nicodem, il cuoco della parrocchia, per chiamarla e farla venire nella sua stanza.

“A volte padre Capaccioni mi domandava di fare la traduzione [dal francese al kirundi] dell’omelia che avrebbe usato per la messa della domenica. Quindi, utilizzava questa giustificazione per vedermi....è così che mi ha preso [cerca di trattenere le lacrime e si ricompone]. Mi ha usata. Non sapevo cosa fare...non sapevo cosa fare. Mi ha messo incinta ed è partito, per sempre...per sempre. [sospiro profondo].”

Nel suo ultimo vocale si sente che ha preso un bimbo tra le braccia, forse il figlio del padrone della fattoria in cui lavora. Avrà qualche mese e piagnuccola in sottofondo. “Anch’io ho avuto non poche conseguenze. [Padre Capaccioni] mi ha frenata. Volevo continuare gli studi. Ma all’epoca...in Burundi...le ragazzine incinta venivano cacciate da scuola. Infatti mi hanno subito cacciato da scuola appena hanno scoperto che ero incinta. [Padre Capaccioni] mi ha frenata. Sono tornata a casa. Ho provato a cercare lavoro ma non era facile visto che non avevo finito gli studi... [lunghi e profondi secondi di silenzio. Poi un ultimo grande sospiro].

“Mi ha ucciso, le dico... – la voce di Marie Therese dolcemente in decrescendo – mi ha ucciso...mi ha ucciso...mi ha ucciso”.

MYKIS

Oggi Mykis ha una moglie e due figlie di 8 e 3 anni che vivono in Burundi. Lui, invece, continua a vivere nel campo di Kakuma dove in questi giorni la temperatura raggiunge i 40 gradi sotto l’ombra delle acacie. Non vuole che la sua famiglia sia vittima di quello che ha vissuto. La sua tessera di rifugiato ha un numero ben preciso. Deve ricordarselo a memoria per evitare di essere espulso. Quando non ha soldi cerca di farsi dare qualcosa dai suoi vicini. Nella nostra prima video-chiamata, ha fatto lo sprint tra le capanne per raggiungere di corsa il primo cartellone stradale sulla strada asflatata più vicina. Bianco su verde c’era scritto in alto “KAKUMA” e in mezzo “REFUGEE”. La parola in fondo, “CAMP”, è coperta dalla sua testa. Pollice destro alzato, si è scattato un selfie con le labbra serrate, gli occhi socchiusi e una simpatica espressione di sfida. Fiero di essere un sopravvissuto.

Ha scelto di abitare in un campo-profughi perché rischia meno le discriminazioni mescolandosi ad altri rifugiati etiopi, somali, e sudanesi. Molti di loro hanno la pelle chiara come la sua. Ancora pochi si fidano quando si presenta come un burundese. Mykis è dovuto fuggire da un Paese teatro di due genocidi, ripetute guerre civili, e 400mila rifugiati nel 2015. Una terra con solo il 12 per cento delle strade asfaltate dove vivono 12 milioni di abitati in 27 mila chilometri quadrati, un’area poco più grande della Lombardia. Si è sentito costretto a lasciare una realtà dove indicibili violazioni dei diritti umani hanno traumatizzato intere generazioni.

“Spero di ottenere un giorno la cittadinanza italiana”, ammette il rifugiato italo-burundese, “e di visitare la terra di mio padre”. Il progetto Agri-food si è invece trasformato, almeno idealmente, nel “My Kiss Project”. Un titolo che oltre a significare “il mio bacio”, gioca sul suo nome, Mykis. Probabilmente un nome unico al mondo. Padre Capaccioni, invece, fa parte di un numero imprecisato di missionari italiani che, abusando del loro potere, hanno fatto e abbandonato i loro figli in Africa. Un fenomeno ancora troppo complicato da affrontare. Un giorno, forse, ce la faremo.

Caro Mykis Godefroid Nsabimana, come promesso, ho scritto la tua storia. Nel renderla pubblica affronteremo insieme i rischi e gli ostacoli. Sono sicuro che altre persone si uniranno ai nostri sforzi per far luce dove persiste l’oscurità. Vediamo come pulsa il cuore di questo mondo. Spero veramente che la verità ti liberi dal campo-profughi in cui le dinamiche della vita ti hanno imprigionato. Inutile dirlo, non è tua la colpa.

Matteo Fraschini Koffi

 

 

Tags: migranti attualità sociale

MYKIS’ SACRED SILENCE

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For 46 years the Catholic Order of the Comboni Missionaries hid the illegitimate child of one of its priests. Mykis, half Italian and half Burundian, was considered a threat to the Church and he’s now forced to live in a refugee camp in Kenya. His father, the late Father Giovanni Capaccioni, managed to silence him thanks to the help of his friends inside the congregation. Some are dead, others are still alive.

By Matteo Fraschini Koffi, September 3, 2023

LOMÉ, TOGO – Mykis’ sweet, childish voice betrays his 46 years of age. Nature gifted him with a disarming kindness that makes you care for him almost immediately. His soul is impossible to penetrate because it has no filters. However, behind it lies the dark side of an endemic phenomenon in Africa: the overwhelming existence of children fathered by Catholic priests. Mykis represents the Church’s most forbidden fruit. The secret of secrets. Talking to the son of an Italian Catholic priest is a strange experience, bordering on logic. It's like getting to know another human dimension. Special. Yet, for decades, Mykis was considered a reject by those who should have loved him the most. He currently lives in a hut made of wood and sheet metal inside the Kakuma refugee camp, northwestern Kenya. According to the Comboni congregation, he doesn’t deserve more than that.

His “fault” is that of being born from the sexual abuse of Father Giovanni Capaccioni, who died last year, against a 16-year-old Burundian student who attended the missionary’s parish. Mykis’ skin color, a very light brown, is too risky to show off in a country marred by constant inter-ethnic violence. That’s why he always faced discrimination and abuse that continue to this day. On his back he bears a variety of nicknames such as: mestizo, metisse, halfcast, Chinese, Japanese, European, muzungu (white man). People would call him “Jackie Chan’s son”. Myki’s mother was even accused of sleeping with one of the Chinese workers that were building roads throughout Burundi’s green hills in the countryside. People don't trust him when they see him.

“At school I couldn't even speak Kirundi, the national language”, says the Italian-Burundian refugee with desperate irony, “For them, a white African could not speak it that well! Local authorities would issue my identity documents only on the condition that I did not use them on Burundian territory. Here in Kakuma they wonder how a white man can be a refugee in Africa. They treat me like a spy, they tell me that I don't belong here, that I must leave”. Refugees usually flee a country because they feel their lives threaten. They don’t expect to face the same threats inside the camp where they’re seeking protection. Therefore, isolating himself has been for years Mykis’ only strategy. But only once he did overcome the desire to commit suicide. Making himself known now seems the last resort. A way to rebuild an identity broken at birth by the weakness of an alleged spiritual guide passing through Africa.

THE MISSIONARY

Father Giovanni Capaccioni, more commonly known as Father Gianni, arrived in Burundi in the mid-seventies. The country was trying to survive. The horrors of the first Burundian genocide which broke out in 1972 caused between 80,000 and 210,000 victims, mostly of the Hutu ethnic group. Hundreds of thousands of Burundians fled to neighboring states such as Tanzania, Uganda and Zaire (now the Democratic Republic of Congo). It was 1976, the Comboni missionary had taken his vows ten years earlier. However, a few weeks in Africa were enough to be tempted by the local, widespread impunity. It was easy to get away with the irreparable.

“My grandmother, my mother’s mother, was the first to speak to me about Father Gianni,” Mykis explains in a tone devoid of anger or resentment. “She told me he was a good person who played football with children and offered everyone sweets and chocolates. My mother, on the other hand, never spoke of him. I couldn’t even mention his name that she would immediately burst into tears. Other priests knew my father’s true identity but they always hid it from me. In fact, for years I thought that he was already dead.”

The Comboni missionary was 36 years old at the time. Originally from Città di Castello, Perugia’s province, he was interested in journalism and photography. Despite some time in Burundi and Benin, the rest of his life was spent in the Comboni community of Cavallino, a small municipality near Lecce, southern Italy. In 2005 he became a Superior and the Archbishop of Lecce, Monsignor Michele Seccia, appointed him head of the diocesan “Migrants Commission”. A role that, many believed, he carried out with great zeal.

The missionary organized various initiatives dedicated to the African culture and the welcoming of migrants, of course. “He had brought Africa to the Salento region”, his parishioners used to say. These statements contrasted with his experience in Burundi from which, apparently, he had been forced to flee at one point. The local authorities once accused him of arms trafficking. “This false accusation was serious”, Father Capaccioni wrote to his son in one of the many e-mails exchanged over the years. “Sale of weapons to the rebels? I've never even had a gun!”

GOODBYE BURUNDI

Back in Italy, the Comboni missionary continued his life as if nothing had happened in that distant, African land. Difficult to say if he was aware of the Burundian girl’s pregnancy. The doubt was raised one evening of about fifteen years ago. “After telling my story to some Westerners living in Burundi and willing to help me find him, I was able to call my father for the first time in 2009,” Mykis says in one of his voice messages that I asked him to record on WhatsApp. “At first it was difficult to talk to him, he didn't want to know about me. A nun had given me the number of the parish in Lecce where I believe many people know my story”.

After several attempts, Mykis was finally able to talk to his father quite often. “In the following years we maintained a regular correspondence via e-mail”, continues the Burundian-Italian refugee. “He would send me 150 euros whenever I most needed it. Shortly after, however, he ambushed me”. The Comboni priest closed all communication when Mykis mentioned his legitimate recognition. After a few weeks of silence, however, Father Capaccioni got back in touch with an idea: the choice between the recognition to obtain Italian citizenship and the financing of an agricultural project called ‘Agri-food’. Mykis dreams to promote the bio-cultivation of onions and cereals in Burundi. “Unfortunately, I was desperately in need of money and I was dreaming of launching my own business after years of studies”, he sadly regrets. “I chose the agricultural project. A project that, of course, never took off”.

Once he received the details of Agri-food in a well packaged PDF document, Father Capaccioni was impressed by his son's professionalism. “It would take a few weeks to translate it into Italian – he replied – at least the essential parts”. It was October 2013. Meanwhile, Mykis’ case was being handled by Monsignor Serapio Bambonanire. The "eminenza grigia". A controversial local cleric well connected to the brutal regime of the late Burundian president, Pierre Nkurunziza. “Serapio had always known about my father,” Mykis says. “He told me that Father Capaccioni loved to court young girls”. Entrusted by some members of the Comboni congregation, Serapio offered Mykis a job in his nephew’s company. He couldn’t afford to lose sight of the young man. “But over time he began threatening and insulting me”, Mykis continues. “My salary stopped and his nephew assured me that Serapio used to check my phone every time I left it on the table in the office”.

THE JESUIT

The reason for such an aggressive intrusion into Mykis’ private life was linked to the involvement of a young European missionary, member of the Jesuit Order. In 2011, both struck up a good, trustworthy relationship in Kakuma. Father X (the missionary has not given me the permission to reveal his name yet) met Father Capaccioni in Rome and convinced him to accept a written correspondence with his son. Subsequently, the Jesuit even gave his availability to find lawyers and speak with his superiors at the Vatican. He would have liked the Combonian missionary to recognize his son before a possible, unexpected death.

Probably aware of the e-mail exchanges between Mykis and Father X, Serapio accused both of recklessness. Of wanting to provoke a dangerous, moral clash between the Comboni Missionaries and the Jesuit Order. Pope John Paul II was apparently aware of Father Capaccioni’s predicament. Reason enough for the late patriarch of the Catholic Church to reject his candidacy as Superior General of the Comboni Missionaries in the world. The role is currently occupied by the Ethiopian, Father Tesfaye Tadesse Gebresilasie. In 2012, Father X was sent to Asia. He then returned to his country of origin, in Europe, where he maintained a correspondence with Mykis for some years.

“Dear Father X”, Mykis once wrote to him. “I learned with indignation that Monsignor Serapio invested himself, body and soul, so that I could be fired from the company where I worked. All my attempts to reach him for a short conversation failed. Even when I call him with an unknown number, he cuts off the call as soon as he recognizes my voice. And then, instead of telling me concretely how he could help me, he contented himself with defaming you and intimidating me. For example, he told me that I deserve to be physically eliminated given the danger I pose to the congregation and the Catholic Church in general. According to him, Father Capaccioni is worth so much to the Church that it would be better for me to disappear”.

The tension was rising. “Dear Mykis, hello”, the Comboni missionary wrote to his son one night in June 2013. “First of all, I would like to say a word to reassure you of my loyalty to you. I never thought of hurting you, never in my life! I just want our situation to be resolved without hurting each other and to mutual satisfaction.” After this fragile preamble he added: “I spoke with Monsignor Serapio because he knows your family well, he also knew me during the difficult moments of the expulsion [from Burundi]. [...] From your writings I see that you are still tied to Father X. I have nothing to tell you, but with him we will reach the total exasperation out of this situation and each of us will have regrets. He doesn't understand what will happen if his ideas were to become true. He doesn't know the Italian Justice system, the difficulties of many young people who, due to the lack of employment, are forced to leave their homeland and go abroad. Unemployment has increased significantly [in Italy].” To conclude, Father Capaccioni tried to put his son’s fate back in the dangerous hands of the Burundian prelate. “My advice to you: go back to Monsignor Serapio with trust and humility, I am sure that we will also resolve the economic side of things. But please, leave Father X alone”.

The years passed, e-mail after e-mail. Mykis worked modest jobs that he could hardly keep due to constant discrimination. He relied above all on the financial help of his father and other benefactors to whom he told his story. Without the assistance of Father X, Mykis’ only friend in this matter, all hopes regarding the “Agri-food” project faded. And the possibility of being recognized by his father melted along with it. Furthermore, Father Capaccioni was now increasingly fragile as he explained to his son in a December 2018 e-mail. “Dear Mykis, I hope your body is healthy now”. Mykis has contracted malaria countless times inside the Kakuma refugee camp. And when the mosquitoes don’t bite, scorpions might do the job. “I sent 150 euros on November 16th and 20th. Did you withdraw that money? [...] And now I’m losing my strength, day by day. My knees and arms joints no longer support me as much”.

Countless were also the justifications given by the Comboni missionary to keep his son hidden and silenced. “I don't even have a passport anymore,” Father Capaccioni kept on lamenting. “What I can do is to continue to give you financial help as I have done so far. In Europe the poor are increasing and the situation has worsened. No jobs, no more free medicine for a variety of illnesses. The European Community makes everything weaker and more difficult”. Mykis regrets not pushing harder for his father’s recognition. A strategic error that Father X tried to point out without however influencing him. On February 18, 2022, at 12:04 pm, Mykis received his father's last e-mail: “It is impossible for me to communicate. Health is at zero. Ciao”.

THE FUNERAL

Less than two months later, on April 13th, the Comboni missionary died without ever recognizing his son. Among the various press releases expressing condolences there was one published by the Lecce’s diocese: “Yesterday morning, the Church of Lecce led by Archbishop Michele Seccia, in celebration with numerous priests, the brothers and sisters of Cavallino, and Father Fabio Baldan, Provincial Superior of the Comboni Missionaries of Italy, together with many faithful friends of the Church, gathered in the Eucharistic celebration of ‘the last journey’ of Father Gianni: the priest, the father, the brother or simply the friend always ready to be close and capable of caressing everyone’s hearts”.

On April 19th, a large group of priests, family members and friends of Father Capaccioni gathered with bowed heads to celebrate “the last farewell” inside the park of Cavallino’s community. The sun was beating hard on the white priests’ sacred vestments. A thick line of tall trees surrounded the community united in prayer. The wooden altar and coffin were covered in bright African fabrics. The mass was ready to begin. “In the name of the Father and of the Son...”, solemnly commenced Monsignor Seccia. His sermon was a long gratitude speech to the deceased Comboni missionary who helped him discover Africa. In January 2000, the Archbishop of Lecce visited another African state, Benin. Beginning in 1996, Father Capaccioni spent three years in a mission opened by San Severo’s diocese (Apulia, southern Italy) in Wansokou, a remote town in the north of the West African country.

After learning of his father’s death by an e-mail from Father Jeremias Martins, the Comboni’s Vicar General, Mykis searched the internet for news. He found and translated an article by Pantaleo Gianfreda entitled: “Let’s build the peace: the message of peace and humanity that the immense and very sweet Father Gianni left us”. Shaken by his death but with a legitimate, timid desire to maybe finally get noticed, the Italian-Burundian refugee left one of his few internet footprints in 46 years: “May the earth be light on him!”, he wrote in the comment section below. “His death was sad news for me and my family in Burundi. It is in the hands of the Almighty Lord without a doubt. I will never forget his advices”. In the end, the Comboni missionary’s son could not but praise his father for all that turned out positive in their lives. Even if it wasn’t much. Moreover, Mykis still did not want to reveal his true identity, especially after reading all those honorary speeches pronounced in his father’s favor. The children of priests are trained from an early age to remain hidden. They don’t want to create embarrassment nor scandal. Therefore, he waited in vain for months. Hoping that Gianfreda, the author of the article, or someone from the Cavallino’s community, would contact him.

THE LAWYERS

That’s when another battle began. After the funeral, always with great respect, Mykis tried to request the help of the Comboni Missionaries to start a procedure for his Italian recognition. “I told them that I would like to attend my father’s funeral and that I was willing to take a DNA test whenever they wanted”, Mykis explains, showing me the e-mail exchanges with the different priests. Some claimed to be unaware of the existence of a son fathered by Capaccioni in Burundi. Others seemed to take it for granted. Father Martins transferred the case to Father Fabio Baldan. Father Baldan then transferred the case “to one of our legal advisers, so as to provide us with an opinion on the matter”. On May 30th a letter arrived written in Italian-legalese that it’d be difficult for almost any Italian to understand. At the top there was the address of a law firm. On the left there was a column with the signature of a lawyer followed by a list of 11 other people, all lawyers, doctors and accountants.

In the one-page PDF document that should have silenced Mykis once and for all, it is stated that according to Italian legislation: “In the absence of any proof, no rights can be claimed by the alleged natural child vis-a-vis the alleged parent”. Among the Comboni Missionary priests involved in this long affair were Father Jean-Paul Pezzi, editor of a blog called Justice, Peace and Integrity of Creation (JPIC); Father Silvio Zanardi, a missionary who returned to Malawi at the age of 82 and had offered Mykis his “hospitality”; Father Elio Boscaini, missionary and journalist of the Comboni magazine, 'Nigrizia'; Father Giovanni Nobili, a missionary who died in 2016 in Uganda where he once met Mykis; and finally, Father Alberto Pelucchi who knew everything since, at least, 2013. All of them physically encountered Father Capaccioni’s son, or were at least aware of his story. And then they decided to abandon him in a refugee camp.

THE MOTHER

The time had come to contact Mykis’ mother in Burundi: Marie Therese. The light at the end of a long, dark tunnel. For almost twenty years I have been trying to learn about the devastation of the African continent through my work, but nothing could have prepared me for this woman's testimony. “Yes, you should call my mother!”, Mykis told me, anxious about the idea that perhaps a journalist could discover what, as a son, he never knew about his mother. “She doesn't spend much time on WhatsApp. She works in the fields to earn some money. But she’ll tell you what she can. She’s still very traumatized by this story, I think”.

I decided to communicate with Marie Therese only through voice-messages. audio-files filled more with sighs, silences, and soft cries, than with mere words. Her voice was full of suffering, almost monotone, fluid. It has never increased in volume nor has accelerated in pace. With great difficulty she began her audio testimony. In the background the birds’ chirping coming from the forest all around her. A few seconds of silence, a crying sob, and finally a cough to clear her throat: “...[Sir] You are making me...remember a story...[a gentle scream followed by a short cry]...that...left me...a scar... [she tries to compose herself] Even now, if I remember him...please...let me go first...ok, I’ll think, then I’ll tell you [sigh]...[light blows on her chest, as if she needed to recharge her spiritual battery before speaking again] Pardon me..."

I thought Marie Therese didn't have the strength to continue. I thought she was done. Instead, after a few intense seconds of reflection, she did continue: “I didn't come to know Father Capaccioni as a friend, no...Simply put: my father was the guardian of the parish where Father Capaccioni, together with Father Elio...Father Silvio...Father Gianni Nobili, they were all in this parish of Mabayi. My family lived very close to the parish. I was a student…I was a student...”. She struggles to hold back the tears. She sighs regularly. “...My goodness...We were…I was... [continuous efforts to hold back the tears, in the background I can hear the animals around the farm where she works. She stands up and starts walking]. I was among...so....[she composes herself again after 30 long seconds of silence]. I have known quite a few... problems. I was humiliated... Our wasn't a love story but a story of... It’s called 'copinage', isn't it? [long seconds of silence]. He just took me....please...don't make me remember”.

Once again I thought Marie Therese wanted to stop there. I wanted her to stop there. Instead, another voicemail arrived twenty minutes later. Then a video-message. The area from which she was communicating was similar to the place where Father Capaccioni’s funeral was held. Marie Therese is now a wounded lady who seems older than her age. Very dark skin, deep wrinkles, frayed hair, and prescription glasses on her slightly wide nose. Every now and then she covers her eyes with her hand while she tries to tell her story. She admits that even today there are people who are putting pressure on her. However, she prefers not to reveal the details.

“Pardon me”, she starts again, always very cautiously. “[Father Capaccioni] left me with this pregnancy. [I was 16 years old]. We never saw each other again. Never again. He didn't look for me. Well, I don't think so. I tried to live with Mykis...I did my best. I then had other children. For Mykis I have nothing left...for me I have nothing left. [...]”. Marie Therese finds it difficult to name Father Capaccioni. “He mistreated me. He tortured me. I am now a widow. I am a widow. I regret it. I regret it. I sent Mykis to school but he can’t find work...he can’t find work. Not like it happened with my other children. He lives day by day...just as I live day by day. A story [...] of silence. But, pardon me – she concludes once again without naming the Comboni missionary – I have forgiven him. I forgave him in spite of…of myself…of myself”.

In about ten voice-messages, Marie Therese explains how Father Capaccioni used Nicodem, the parish cook, to call her and have her come to his room. “Sometimes Father Capaccioni asked me to translate [from French to Kirundi] the sermon that he would then use for the Sunday mass. So, he used this justification to see me....that’s how he got me [she tries to hold back tears and composes herself]. He used me. I didn't know what to do…I didn't know what to do. He got me pregnant and left. Forever...forever [deep sigh]”.

In her last message I hear that she has taken a child into her arms, perhaps the son of the farm’s owner. The baby must be a few months old and is delicately whining in the background.

“I too had quite a few consequences. [Father Capaccioni] stopped me. I wanted to continue my studies. But at the time...in Burundi...pregnant girls were kicked out of school. In fact, they immediately kicked me out of the school as soon as they found out I was pregnant. [Father Capaccioni] stopped me. I returned home. I tried to look for work but it wasn’t easy since I hadn’t finished my studies...[long and deep seconds of silence. Then, one last big sigh].

“He killed me, you see... – Marie Therese’s dense voice slowly fading – he killed me...he killed me...he killed me”.

MYKIS

Today Mykis has a wife and two daughters aged 8 and 3 who live in Burundi. He, on the other hand, continues to live in the Kakuma camp where these days the temperature reaches 40 degrees under the acacia’s shades. He doesn’t want his family to be a victim of what he experienced. His refugee card has a precise number. He must remember it by heart not to be expelled from the camp. When he has no money he begs. His neighbors help him sometimes. In our first video-call, Mykis ran fast between the huts to reach the first billboard by the nearest tarmac road. White on green it was written above “KAKUMA” and in the middle “REFUGEE”. The word at the bottom, “CAMP” is covered by his head. Right thumb raised towards the sky, pursed lips, half-closed eyes and a funny defiant expression. Proud to be a survivor. He then sent me the selfie.

He chose to live in a refugee camp most of the time because he risks less discrimination by mixing with other Ethiopian, Somali and Sudanese refugees. Many of them have his fair skin. Few trust him when he introduces himself as a Burundian. Mykis had to flee a country marred by two genocides, repeated civil wars, and 400,000 refugees in 2015. A land where only 12 percent is tarmac roads and where 12 million people live in 27,000 square kilometers, an area a little smaller than Maryland State in the US. He was forced to leave a reality where unspeakable human rights violations traumatized entire generations.

“I hope one day to obtain Italian citizenship”, the Italian-Burundian refugee finally told me, “and I’d like to visit my father’s land as well”. The Agri-food project changed, at least in terminology. Now is the "My Kiss Project". A title that in addition to its obvious meaning, gently mocks the man’s name, Mykis. Probably one of the most unique names in the world. Father Capaccioni, however, is one of an unknown number of Italian missionaries who, by abusing their power, have had and abandoned their children in Africa. A phenomenon that seems still too complicated to deal with, especially given the silence around this delicate matter. One day, maybe, we will manage.

For now, dear Mykis Godefroid Nsabimana, I have written your story as promised. In making it public we will face risks and obstacles together. I’m sure other people will join us in our efforts to shed a light where obscurity persists. Let’s see how this small world’s heart pulses. I really hope that the truth will free you from the refugee camp in which the dynamics of life imprisoned you. Needless to say, it’s not your fault.

Matteo Fraschini Koffi is a black-Italian freelance and award winning investigative journalist based in Lomé, Togo (West Africa). He was born there in 1981 before being adopted by an Italian family. He has been covering Sub-Saharan Africa affairs since 2005 working for print, photo, radio, and TV with different international media outlets and has written four books. You can contact him at Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. . This is his first non-fiction short story.

 

 

Tags: migranti attualità sociale

Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance