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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance
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avvenire, cronaca

Nigeria, la corsa dei settantenni

Lomé (TOGO) - Oggi tutti i riflettori sono puntati sul colosso petrolifero nigeriano. Con l’inizio del sesto processo elettorale dalla fine delle giunte militari nel 1999, oltre ottanta milioni di elettori sono chiamati oggi alle urne per scegliere il nuovo leader e i nuovi parlamentari tra migliaia di candidati.

Solo per la presidenza sono 70 le persone che hanno scelto di candidarsi. Nonostante alcuni incidenti riconducibili al voto siano già stati denunciati, i due principali contendenti hanno siglato un vero e proprio «accordo di pace preventivo». Il presidente uscente, Muhammadu Buhari, e l’oppositore, Atiku Abubakar, hanno infatti molto in comune. Entrambi sono originari del nord, musulmani e hanno passato i settant’anni di età. Saranno però i giovani votanti, che rappresentano oltre metà dell’elettorato, a determinare la scelta del prossimo capo di Stato della federazione nigeriana.

 

«Sono due facce molto note al popolo nigeriano – afferma la stampa locale –, sarà quindi difficile riscontrare un vero cambiamento nel Paese». Sia Buhari, del partito Congresso di tutti i progressisti (Apc), sia Abubakar, membro del Partito democratico del popolo (Pdp), hanno più volte percorso i riti della campagna elettorale in passato. Il primo è stato un leader militare e più volte candidato presidenziale, mentre il secondo è stato un candidato governatoriale e ha ricoperto la carica di vicepresidente negli anni 2000. Entrambi hanno potere e denaro. Di certo, però, appare già chiaro che non porteranno grandi novità nel complesso sistema politico locale. «Dovrei essere contenta ma non lo sono – racconta Dorcas Nathaniel, una studentessa della capitale, Abuja, che si prepara a votare per la prima volta –. I due candidati non sono quello che mi aspettavo ». Altri giovani sono profondamente delusi dall’atmosfera di queste elezioni. «Nella mia comunità sono più interessati a vendere i loro voti rispetto al futuro dei propri bambini», commenta invece John Sunday, 23 anni, residente in una baraccopoli della capitale commerciale, Lagos.

Il malcontento è generale. Circa un quarto della forza lavoro è disoccupata. I costi della vita sono aumentati insieme all’inflazione che ha raggiunto lo scorso dicembre l’11,4 per cento. «L’economia non sta crescendo abbastanza per sostenere i giovani – analizza Cheta Nwanze, della società di consulenza SBM Intelligence –. Tale fenomeno è una delle cause principali legate a violenza e crimine». I quasi 200 milioni di nigeriani hanno inoltre riscontrato l’incapacità del governo di sedare la ribellione jihadista nel nord del Paese e quella politica nel centro-sud del territorio. «Boko Haram continua ad attaccare senza sosta – affermano gli esperti –. Mentre il sud e altre aree della Nigeria sono teatro di banditismo, rapimenti e scontri intercomunitari ». Durante la campagna elettorale, Buhari e Abubakar hanno promesso di far ripartire l’economia, che è entrata in recessione per la prima volta in 25 anni.

Il calo del prezzo del petrolio, gli attacchi contro gli impianti petroliferi e gli alti livelli di corruzione, hanno colpito duramente il settore economico locale. «Anche l’istruzione sarà una priorità nel mio prossimo governo – ha invece dichiarato il presidente uscente Buhari –. Ci focalizzeremo soprattutto su scienza, tecnologia e matematica ». Abubakar è invece uno dei nigeriani più ricchi del Paese grazie al suo ruolo nella Intels, la società di logistica del miliardario italiano, naturalizzato nigeriano, Gabriele Volpi. La sua esperienza di imprenditore ha quindi spinto il candidato del Pdp a concentrarsi sul settore privato: «Bisogna espandere l’imprenditori per aumentare crescita e posti di lavoro – ha indicato l’ex vicepresidente –: privatizzerò la compagnia petrolifera nazionale e instaurerò un fondo di 25 miliardi di dollari da investire nelle infrastrutture». Due facce, affermano però in molti, della stessa medaglia.

I candidati hanno detto di voler «rispettare i risultati senza fomentare violenze». Martedì scorso è stato però incendiato il terzo ufficio della Commissione indipendente elettorale nigeriana (Inec) nell’ultimo mese. Ci sono stati inoltre almeno 15 morti in seguito alla calca formatasi durante il raduno per Buhari organizzato allo stadio della città petrolifera di Port Harcourt. E nello Stato di Kaduna almeno 66 persone sono state uccise da un gruppo di uomini armati alla vigilia del voto. La tensione resta alta anche perché, alla fine, i consensi per entrambi i candidati saranno «molto vicini».

L’INTERVISTA / «Chi ha governato ha fallito su tutto»

Per l’analista Ukeni, serve una svolta per combattere corruzione, povertà e terrorismo

Lomé ( Togo) - «Combattere corruzione, jihadismo, nepotismo, e migliorare la vita dei nigeriani più poveri. Ha fallito in tutto». È molto duro il giudizio sul presidente uscente, Muhammadu Buhari, espresso da Stanley Ukeni, scrittore e analista politico nigeriano. Una delusione profonda sentita anche da gran parte della popolazione, indipendentemente dall’appartenenza etnica o religiosa.

Crede che Buhari abbia quindi tradito i suoi elettori?

Totalmente e su tutti i fronti. I livelli di corruzione non sono mai stati così alti e tale battaglia ha preso di mira solo i nemici politici di Buhari, mentre i suoi alleati hanno continuato a fare affari al di sopra della legge. Boko Haram minaccia ancora il nord e sono aumentati i casi di assassinii politici. Ma ancora più importante, la vita dei citta- dini ordinari è peggiorata sotto la sua amministrazione. La presidenza di Bhuari è stata un disastro per il Paese.

L’oppositore Atiku Abubakar potrebbe quindi vincere?

L’ex vicepresidente è noto per la sua scaltrezza. Il fatto che sia un imprenditore potrebbe essere un vantaggio per quei cittadini che hanno visto la propria qualità di vita abbassarsi notevolmente. I nigeriani vogliono che il settore privato sia rivitalizzato e che l’economia ricominci a crescere. La gente vuole posti di lavoro. Secondo me Abubakar potrebbe perdere solo attraverso delle irregolarità elettorali organizzate dall’Apc, il partito al potere. Si teme infatti che la squadra di Buhari si sia già preparata a truccare queste elezioni.

Quindi l’economia ha un ruolo importante nella scelta del prossimo leader?

Un ruolo fondamentale. I cittadini vogliono un miglioramento nel settore lavorativo prima di qualsiasi altro argomento o promessa elettorale.

In che modo è stata invece affrontata dal governo uscente la piaga dell’ondata jihadista nel Paese?

Non è un segreto il fatto che molti alleati di Buhari, e forse lui stesso, siano sostenitori di queste violenti ribellioni. La leadership politica non ha alcun interesse a contrastare Boko Haram o gli attacchi dei pastori fulani, la corruzione ha inquinato tutto il sistema militare e politico in Nigeria.

Che cosa la inquieta di più rispetto a queste elezioni?

Il fatto che Buhari e i suoi collaboratori non abbiano condannato le dichiarazioni di Nasir El-Rufai, il governatore dello Stato di Kaduna, il quale lo scorso mese ha pubblicamente minacciato di morte gli osservatori elettorali internazionali. Questo tipo di intimidazioni sono sintomo di una leadership politica che ha perso ogni valore morale.

 

SCHEDA/La promessa mancata di debellare Boko Haram

Con l’arrivo al potere di Muhammadu Buhari, il jihadismo in Nigeria sembra essersi rafforzato. In campagna elettorale aveva invece promesso il contrario, affermando con certezza di essere in gradi di contrastare l’avanzata del gruppo che ha messo e mette a ferro e fuoco interi Stati settentrionali e la zona di Cameun e Ciad a ridosso del lago omonimo.

Nonostante alcuni magri successi da un punto di vista militare, Boko Haram continua infatti a lanciare attacchi, organizzare attentati, rapire e reclutare civili. Il raggio d’azione del gruppo terroristico si espande a macchia d’olio. Alcuni pensavano che con l’arrivo di un presidente formatosi nell’esercito l’offensiva jihadista avrebbe avuto i giorni contati. Il gruppo ribelle, nato nel 2009 e colpevole della morte di almeno di 27mila persone, ha invece occupato vaste aree anche nei Paesi limitrofi: Ciad, Camerun e Niger.

Decine di soldati nigeriani sono rimasti uccisi in seguito agli attacchi jihadisti contro varie basi militari, anche in aree giudicate «sicure». Secondo gli analisti, l’ostacolo maggiore nella lotta contro Boko Haram è ancora rappresentato da un «alto livello di corruzione nell’esercito e tra le autorità».

Un «gigante» nei numeri dell’elezione:

84 milioni di elettori saranno chiamati oggi alle urne, metà dei quali sono tra i diciotto e i 35 anni di età

190 i milioni di abitanti del gigante africano, che nel 2050 raggiungeranno quota 400 milioni

160 le persone uccise nel periodo postelettorale del 2015. Ottanta, invece, in queste fasi di campagna elettorale

 

 

 

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 16 febbraio 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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